La storia di Luigi

Ciao a tutti.

Il mio nome è Luigi e sono un trapiantato (numero 1467: siamo precisi!).

O dovrei dire un risorto?

Si sa, si nasce per morire (amara verità); ma a volte si muore per… nascere. Non è possibile? Permettete che mi spieghi.

Io ho ricevuto un dono da qualcuno salito in Cielo prima di me. Qualcuno che non ho mai  incontrato, ma che ha voluto ugualmente tenermi in questa vita al suo posto. Magari qualche altro anno, non dico tanto. Il tempo di recuperare un briciolo di quello che mi è stato rubato dal destino. Un briciolo, perché di più è impossibile.

E questo lo devo ad una persona ancora più sfortunata, ed alla sua sfortunatissima famiglia, che nello strazio della perdita non si è rinchiusa in se stessa, ma ha voluto permettere ad un altro essere umano di riprendere a vivere.

Donare è la più bella cosa. La più nobile, e, dunque, la più difficile e rara. Ricevere, in fondo, è facile.

Ora io sento, verso questa mia nuova vita, una responsabilità ancora più grande. Sento che la vita và vissuta; sì, il più possibile – contro la sofferenza, per la famiglia. Non demordere, non disperare, non è ancora finita. Questo è stato il mio mantra per lunghi, troppo lunghi anni.

Bene, ora lasciamo la lirica e facciamo un po’ di cronaca.

La straordinaria avventura che sto per raccontarvi inizia all’età di trentotto anni (ora ne ho, ahimé, 58).

Inizi degli anni ’90. Una mattina, insieme a una dozzina di persone (tra colleghi di lavoro ed altri), vado a donare il sangue presso un ospedale dei Castelli Romani. C’è urgente bisogno di sangue per persone in attesa di interventi chirurgici, ed io mi ero reso disponibile. Vengo sottoposto a trasfusione, dopo aver compilato un questionario, come da protocollo AVIS.

Quella mattina restiamo in cinque o sei persone, poiché le altre non erano state trovate idonee alla trasfusione.

Il pomeriggio dello stesso giorno ricevo una telefonata dall’ospedale: devo tornare a ritirare gli esami ematochimici effettuati per la donazione. Rimango assai sorpreso, in quanto normalmente occorrevano alcuni giorni per poter ritirare i referti.

La  mattina del giorno successivo mi presento per ritirare gli esami. Parlo con il dottore che mi aveva telefonato. Il quale mi comunica che la trasfusione che ho effettuato non era idonea alla donazione: valori elevati di  transaminasi. “È’ grave, dottore?”, chiedo, un tantino allarmato. “No”, risponde il dottore, ma devo fare esami approfonditi, in quanto avere le transaminasi alte può derivare da molti fattori.

Quel giorno ha inizio la mia “avventura”.

Passa del tempo. Nel frattempo mi sottopongo a varie ricerche presso un altro ospedale di Roma. Dopo numerosi esami, prelievi e una biopsia epatica, arriva la diagnosi: epatite C (allora denominata HCV, perché in quegli anni diversi tipi di epatiti erano ancora allo studio).

Lì per lì non mi rendo conto della gravità del male. Sto bene e non sento nessun disturbo. Ma… in quale dannato modo posso aver contratto quel dannato virus?

Comincio ad approfondire. Ho usato aghi non disinfettati? In trasfusioni? Oppure dal dentista? Ho fatto vaccinazioni? E poiché c’è sempre un momento nella vita in cui ci si sente Michelangelo, mi son fatto tatuaggi sul corpo? Con mia suocera vado d’accordo, perché avrei dovuto assumere stupefacenti?

Rimango dubbioso: ma come potevo averla contratta?

Contatto vari specialisti, che mi parlano di cure sperimentali che possono fermare questo virus, che nel tempo porta nientemeno che a cirrosi. Cirrosi? Ma non è la malattia dei bevitori? Ma se mia moglie è un angelo!

Un momento… Nei primi anni Novanta ero andato più volte al pronto soccorso dell’ospedale della mia città per incidenti vari. Il morso di un cane (il medico di turno, nonostante la ferita profonda, non mise punti di sutura, ma si limitò a disinfettare la ferita e a farmi un’iniezione antitetanica, nonostante gli avessi riferito di essere già vaccinato. “Per stare tranquilli”, disse. Per stare tranquillo lui).

L’anno seguente faccio nuovamente visita al pronto soccorso locale: una mattonella del bagno  della doccia si era staccata dalla parete, e pensò bene di centrare la mia testa con tanto di grappa metallica: cinque punti di sutura e via con un’altra iniezione antitetanica. Sempre per stare tranquilli.

Non mi dò pace. Continuo a rimuginare sulla causa del contagio. Ma alla fine, andando per esclusione, riesco a capire in che modo questo dèmone era entrato dentro di me: le vaccinazioni antitetaniche vengono fatte utilizzando siero umano. Per stare tranquilli.

Giust’appunto: febbre, dolori muscolari, stanchezza, un’infinità di prelievi di controllo al punto che ormai le mie braccia sembravano quelle di un tossico all’ultimo stadio.

Mi ero informato se nella mia zona ci fosse un centro specializzato per queste malattie, così mi reco presso l’ospedale di Latina, il Santa Maria Goretti, giacché lì era attivo un reparto malattie infettive dove trattavano i pazienti come me affetti da HCV. In quell’ospedale benemerito ricevo tutte le spiegazioni e i chiarimenti possibili immaginabili.

Ma, dopo sei mesi di terapia, l’esito è purtroppo negativo, perché nonostante tutti gli sforzi, non si è riusciti a negativizzare il virus.

Al momento non posso far altro che proseguire con esami e controlli.

Un giorno mi viene detto che si può tentare con una seconda terapia, basata su un altro tipo di interferone, diverso dal precedente (che non aveva prodotto risultati). Dopo altri sei mesi di terapia, nulla da fare. Esito ancora negativo.

Al che prendo atto che in quella struttura (nonostante gli sforzi prodigati) non caverò “un ragno dal buco”, e mi informo per un’altra struttura in zona, illudendomi di trovarne una più all’avanguardia.

Mal me ne incolse!

Ma stranamente, i primi tempi dopo le terapie “littorie” mi sembra quasi di sentirmi meglio. O forse avevo perso fiducia in quell’ospedale, e mi illudevo che altrove avrei trovato il bandolo della matassa. In quei momenti ci si aggrappa a tutto pur di non perdere la speranza.

E così sbarco all’Ospedale Tor Vergata di Roma, dove i medici del reparto epatologico aprono un  nuovo fascicolo ed iniziano una fitta serie di controlli. A stretto giro inizio una terza terapia con un terzo tipo di interferone, stavolta associato alla ribaverina. Nulla di nulla: ancora esito negativo .

Finché non si scopre (alla buon’ora!) che la mia epatite HCV è di genotipo 1b, quindi molto resistente ai farmaci.

Nel frattempo – badate bene – passano anni: non settimane, non mesi. Anni. Anni in cui sento che la mia salute peggiora inesorabilmente, in cui le occupazioni solite mi comportano sempre più fatica, costringendomi a prolungate assenze dal lavoro, a rinunciare via via alle mie passioni – la falegnameria, gli impianti elettrici, e in generale i lavori manuali. E l’uso della motocicletta!

Sempre nello stesso ospedale romano di Tor Vergata vengo sottoposto ad altre due terapie con due altri tipi di interferone. L’ultimo ciclo terapico si conclude nel 2011, e nel gennaio 2012 inizia il mio calvario.

Voi direte: perché finora ti sei divertito? Appunto, pensate un po’: quello che vi sto per raccontare fa sembrare una scampagnata quanto ho subìto fino a questo momento.

E non so se è stato più grande il dolore fisico o quello morale, dovuto, quest’ultimo, al gelido cinismo di alcuni ceffi in càmice bianco che dicono di professare il giuramento di Ippocrate.

Lasciatemi dire che il personaggio che disgraziatamente entra in scena a questo punto della mia vita sarebbe stato a suo agio nei reparti del Dottor Mengele, mentre il grande Ippocrate – questo è certo – non le avrebbe affidato nemmeno la pulizia delle latrine.

Accade che per l’ennesima volta mi vedo sostituire “in corso d’opera” lo specialista (era già successo non so quante volte), e mi vedo affidato agli artigli – pardon, alle cure amorevoli di una graziosa dottoressa. Questa giovane dottoressa (viva i giovani!) me la ritrovo per la prima volta durante un’ecografia epatica. È’ lei che per prima mi parla di trapianto. A suo parere, è molto probabile che mi debba sottoporre a trapianto di fegato. Da allora comincio a pensare che la mia vita abbia i giorni contati. In sé ciò non è certo colpa della dottoressa in questione.

Senonché i mesi passano e questa gentile dottoressa continua a fissarmi semplici visite di controllo, ma senza inserirmi nella lista d’attesa per il trapianto. Io nel frattempo mi torco dai dolori, tra crampi addominali e crampi alle gambe e alle mani, vomito giorno e notte, e cado in una terribile depressione: nessuno sembra in grado di far nulla, mi vedo già sottoterra e sento che la testa comincia ad andarsene.

Un giorno, allo stremo delle forze fisiche e mentali, telefono alla dottoressa. Mi dice di prendere un antidolorifico e mi concede di anticipare di qualche giorno la visita di controllo già fissata. Che persona sensibile! – direte.

Anzitutto diciamo subito che nella visita di controllo da me sollecitata l’esimia dottoressa non rileva che la mia pancia si sta riempiendo di liquido, che è poi la causa dei lancinanti dolori addominali. Si limita a dirmi che la malattia peggiora (ma va?). Ciò nonostante, di inserirmi nella lista dei trapianti non se ne parla. Piuttosto, mi cambia la terapia, e con geniale intuizione infila nella terapia anche elevate dosi di farmaci antidiabetici: ma io non sono diabetico!

Risultato: la pancia si gonfia sempre più, i dolori non recedono e si aggiunge la febbre.

Telefono alla scienziata, che mi prescrive un ulteriore antidolorifico (l’ennesimo). Questa persona prescriveva farmaci come fossero caramelle. Forse perché capiva di fegato quanto un pasticcere, pur atteggiandosi a Marie Curie.

Di lì a poco, un giorno di fine maggio 2012, verso le quattro del mattino si scatenano dolori addominali agghiaccianti manco avessi un satanasso nella pancia, la quale si gonfia fin quasi a scoppiare, come i rospi. Appena fatto giorno, mia moglie (non vi dico in che stato d’animo) telefona a Marie Curie – pardon, alla scienziata – pardon, alla dottoressa di Tor Vergata.

Premesso che: io ero suo paziente; lei conosceva tutta la mia situazione (non proprio ottima, a quanto pare); mia moglie la contatta con tono gelido, seccatissima, Sua Eccellenza risponde a mia moglie che posso rivolgermi a qualsiasi altro pronto soccorso di qualsiasi altro ospedale, senza dover per forza scomodare Sua Eccellenza.

Una breve osservazione di carattere generale: forse questa dottoressa si comporta in questo modo perché deve prendere atto del totale fallimento del suo operato? E se ciò è vero, non siamo di fronte ad un temperamento che non concepisce che il proprio orgoglio venga leso (peraltro non da me)? E se anche ciò è vero, che ci fa un soggetto del genere in un prestigioso ospedale della Capitale, in mezzo a pazienti disastrati nel corpo e nell’anima? Prima di conferirle la laurea, prima di assegnarle quel ruolo in quel reparto di quell’ospedale, nessuno ha mai provato a capire se quella donna fosse caratterialmente adatta ad un ruolo così delicato? Una domanda che invio volentieri ai “gestori della Cosa Pubblica”: a chi si occupa di università non meno che a chi si occupa di salute.

Ma torno al mio racconto.

Ridotto ai minimi termini, vengo “raccolto” da mia moglie e mio fratello, che con impagabile forza d’animo mi portano al pronto soccorso di Tor Vergata, dal momento che sono in terapia presso quell’ospedale da oltre sette anni. Arrivo in ospedale con dolori addominali inenarrabili. Scomodo tutti i santi del Paradiso perché me li calmino.

In ospedale mi collocano su una lettiga, e lì resto tre giorni (dicasi tre giorni) in attesa di essere visitato. La pancia è sempre più gonfia, se mi imparrucco sembro una partoriente. Ho crampi al cui ricordo ancora rabbrividisco, urlo dal dolore e arrivo a supplicare più volte i miei defunti genitori.

Le terapie a cui vengo sottoposto hanno l’effetto dell’acqua fresca. Nulla di nulla.

Alla fine i medici sentenziano che ho l’ascite e contattano il reparto di epatologia (quello dove ero in cura), allo scopo di poter formulare una terapia mirata. Di lì a poco si presenta Sua Eccellenza la dottoressa insieme ad un suo collega specializzando. Al vederli mi rincuoro, dico a me stesso di stare tranquillo perché certamente Sua Eccellenza mi avrebbe portato nel suo reparto al piano superiore per siringare l’ascite. Così rinfrancato, riesco persino ad addormentarmi.

Ho poi saputo che quella stessa mattina Sua Eccellenza la dottoressa (che era stata ripetutamente chiamata d’urgenza) se l’era presa con tutta calma prima di degnarsi di venire a controllarmi. Mentre i dolori mi consumavano la signora se ne stava rilassata al bar col suo collega specializzando, ignorando serenamente le sollecitazioni dei suoi colleghi allarmati. Solo nel pomeriggio i due si degnano di raggiungermi. E da quel giorno non ho più visto né sentito questa umanissima dottoressa, perché di lì a poco vengo trasferito.

Aggiungo che in sette anni nel reparto di epatologia di Tor Vergata, ho avuto l’onore di parlare col primario non più di due volte. E questo esimio professore sa forse qualcosa della condotta dei medici del suo reparto? Nella migliore delle ipotesi è un illustre menefreghista.

Andiamo avanti. Come ho accennato, vengo trasferito in altro ospedale, perché lì a Tor Vergata al momento non c’è posto, nonostante sia in cura presso di loro, e nonostante mi abbiano assicurato che sarei stato trasferito nel reparto di epatologia. Ma non è così, ed io allora mi rendo conto di non essere che un numero in quell’ospedale. Sento di avere i giorni contati, e forse si preferisce che me ne vada a morire altrove. Hai visto mai che un morto faccia fare brutta figura?

Mentre l’autoambulanza mi porta d’urgenza alla Clinica Guarnieri di Roma, provo un turbinio di emozioni e di pensieri, nonostante gli insopportabili dolori addominali e i crampi ai piedi gonfi di liquido. La macchina con i miei familiari segue l’autoambulanza.

All’arrivo in clinica mi conducono al reparto di gastroenterologia. Finalmente un letto! Dopo tre giorni di lettiga, un materasso comodo basta per alleviarmi un pochino i dolori (o almeno così mi pare). Mi raggiungono due gastroenterologi, che mi visitano accuratamente e mi infondono fiducia e coraggio (o almeno quel poco che me ne resta). Fiducia ben riposta, perché mentre a Tor Vergata ero stato trattato come un pacco, qui alla Clinica Guarnieri i due medici suddetti mi sottopongono immediatamente ad una terapia tramite flebo, e di lì a poco i dolori si attenuano sensibilmente, nonostante la pancia resti gonfia di liquido. I due medici mi dicono che il giorno seguente mi avrebbero tolto il liquido, sperando non fosse infetto.

Grazie alla cure di questi due medici (Dott. Frasca e Dott. Lionetti) i dolori lancinanti degli ultimi giorni spariscono completamente nell’arco della notte. L’indomani ringrazio i due benemeriti dottori (finalmente due degni allievi di Ippocrate) come si rende grazie ad un santo che ci ha miracolato. Il giorno stesso i due dottori mi estraggono dal ventre la bellezza di cinque (dicasi cinque) litri di liquido. L’operazione viene effettuata nella mia stanza in reparto, mentre la Madame Curie di Tor Vergata aveva impedito l’intervento sostenendo inflessibilmente la necessità di effettuarlo in una camera operatoria sterile (allora non disponibile). Alla Guarnieri, invece, tali operazioni sono di routine e si effettuano comodamente nelle stanze del malato. Alla Madame Curie di Tor Vergata và messa in conto non solo una putrida immoralità, ma altresì un dogmatismo ai limiti del sadico.

Ma certo per i luminari di Tor Vergata io avevo rappresentato un patente fallimento medico, e pertanto la mia presenza lì era ormai esplicitamente sgradita. Alla faccia di Ippocrate.

Nei giorni di permanenza presso la Guarnieri, i miei familiari contattano telefonicamente il Sig.re Massimo Conforti, vice-presidente dell’associazione EPAC di Roma, di cui sono già socio sostenitore da diversi anni. Il Sig.re Conforti (“nomen omen”, dicevano gli antichi) suggerisce il trasferimento presso una struttura d’eccellenza in materia di patologie epatiche. Tra queste, l’ospedale di Cisanello (presso Pisa).

Intanto i medici della Guarnieri non lesinano sforzi ed arrivano a modificare completamente la terapia che mi aveva prescritto la Madame Curie di Tor Vergata. La terapia di Madame includeva farmaci per il diabete, con grande costernazione dei due medici della Guarnieri, dal momento che i prelievi ematici escludevano qualsiasi forma di diabete.

Pertanto i due dottori si limitano ad estrarre il liquido che ancora rende i miei piedi simili a zamponi natalizi.

Finché alla fine di giugno 2012, dopo un mese di ricovero, vengo dimesso. Saluto i dottori Frasca e Lionetti come fossero fratelli carnali. E con loro ringrazio di cuore (ed anche di fegato) tutto il personale della Guarnieri, che mi è stato vicino come fosse la mia famiglia.

Quel giorno è anche una bella giornata di sole, ed io mi sento addirittura bene.

Trascorso qualche giorno contatto l’ospedale di Cisanello di Pisa, ovvero una delle due strutture che compongono l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. I miei tre figli già da tempo mi sollecitavano a recarmi in quella struttura per una visita, sapendo quanto fosse accreditata per i trapianti. Nell’agosto del 2012 mi reco per la prima volta presso l’ospedale di Cisanello (alla periferia di Pisa), e conoscendo la Dottoressa Paola Carrai avverto le stesse sensazioni positive che avevo avuto con i medici della clinica Guarnieri. Con la Dottoressa facciamo una ricognizione approfondita della mia situazione passata e presente. Una volta analizzata la mia situazione, la Dott.ssa Carrai mi informa che il mese seguente avrei dovuto effettuare una serie di controlli, allo scopo di poter finalmente essere inserito nella lista d’attesa dei trapianti di fegato.

E così è. Nel settembre 2012 vengo sottoposto ad accuratissimi accertamenti. Sia in quella sede che in una precedente visita, la Dottoressa mi aveva chiesto con legittima perplessità per quale motivo la mia situazione fosse arrivata ad un tale livello di gravità, dal momento che avrei potuto essere inserito nella lista dei trapianti già da molto tempo (e magari a quell’ora sarei già stato operato e tutto sarebbe già finito). Al che avevo avuto la conferma inequivocabile che all’ospedale di Tor Vergata ero stato di fatto una cavia, come i miei familiari non smettevano di ripetere. E non aggiungo altro per carità di patria.

A Cisanello entro in contatto con l’associazione Vite Onlus. Ho il piacere di conoscere il coordinatore dell’associazione, Federico Finozzi, ed anche il Presidente, Lillo Di Puma. Mi iscrivo all’associazione, e Federico mi racconta la sua odissea di trapiantato. Vedendomi di fronte un trapiantato così energico e gagliardo mi sento rinascere, perché mi rendo conto che, nonostante il trapianto, si può tornare a vivere una vita normale ed in perfetta salute.

Effettuati i controlli in settembre, il mese seguente mi arriva una telefonata della Dottoressa Carrai che mi comunica l’avvenuto inserimento nella lista d’attesa per il trapianto. A ruota mi giunge anche una lettera dell’ospedale con la medesima lieta novella. C’è bisogno di dire con quale gioia accolgo la notizia?

Finalmente comincio a intravedere “la luce in fondo al tunnel”.

Ricordo bene la sera del 21 novembre 2012: alle 21 ricevo la sospirata telefonata che mi invita a recarmi all’ospedale di Cisanello per essere sottoposto a trapianto.

E qui avviene l’inspiegabile. Vengo assalito da un autentico terrore, totalmente irrazionale, nonostante il medico che mi chiama al telefono mi dia ogni assicurazione possibile immaginabile, spiegandomi in dettaglio, con una calma olimpica, tutte le singole fasi della procedura. Ma la “fifa” (lo ammetto) prende il sopravvento, e cosa faccio? Rinuncio.

Due ore dopo ricevo una seconda telefonata in cui mi s’informa che era disponibile un fegato idoneo al trapianto. Ma io, invece di urlare di gioia e precipitarmi a Cisanello, confermo la mia rinuncia. Sì, avete letto bene. Ecco fin dove possono arrivare la fragilità e la stupidità.

L’indomani ricevo una telefonata della dottoressa Carrai, che mi chiede le motivazioni della mia rinuncia. Spiego goffamente che la paura era prevalsa, al che la dottoressa si altera non poco (come darle torto?). Mi dice che sono un caso grave e che non c’è un minuto da perdere. Provo a scusarmi, ed assicuro che non accadrà più.

“Carpe diem”, dicevano gli antichi: cogli l’occasione. Io non lo feci, e me ne dovetti pentire amaramente.

Poiché fegati compatibili non si danno tutti i giorni, i mesi successivi diventano nuovamente un calvario; ma stavolta per mia esclusiva responsabilità.

Vi risparmio le sofferenze che devo affrontare. Basti dire che al dolore fisico si aggiunge uno stato di confusione mentale che mi procura vuoti di memoria, crisi depressive e quant’altro. In conclusione, rimbambisco completamente. Fisicamente sono ai minimi termini. E costringo la mia famiglia ad una sofferenza indicibile di cui avrò sempre rimorso. Perché tutto ciò poteva essere evitato.

Sei mesi dopo, nel maggio del seguente anno 2013, mi ricontatta il centro trapianti di Pisa comunicandomi la possibilità di essere chiamato per il trapianto nelle ore successive. Ma essendo leggermente raffreddato, non sono idoneo all’anestesia. E addio trapianto. E due.

Ormai ho i giorni contati. Tra micidiali crampi a mani e piedi e relativa insonnia, arriva luglio. Devo passare una visita con la Dott.ssa Carrai, e per i 390 Km di macchina fino a Cisanello, mia moglie e mio fratello impiegano circa otto ore, perché in autostrada devono fermarsi in continuazione per lenirmi i crampi a mani e piedi, massaggiandoli e raffreddandoli col ghiaccio.

Giunti non si sa come a Cisanello, la benemerita Dott.ssa Carrai mi fa parlare col Dott. Catalano, insigne chirurgo. Allora ho la fortuna e l’onore di parlare con un professore universitario di specie rara, umano e premuroso. ll quale, con estremo tatto ma senza sconti sulla realtà delle cose, mi ribadisce che la mia situazione è disperata, e che è opportuno che soggiorni nelle vicinanze dell’ospedale.

Così faccio, e una sera di fine luglio ricevo la fatidica telefonata. C’è un fegato idoneo al trapianto, e mi devo immediatamente presentare per l’intervento (ho preso alloggio nei pressi dell’ospedale). In quei trecento metri mi passa per la testa una vita intera.

Svolte le procedure di rito, vengo condotto in sala operatoria. Saluto mia moglie come non dovessi più rivederla.

Nella sala operatoria trovo un esercito di medici ed assistenti ad attendermi. Mentre mi predispongono sul tavolo operatorio, mi parlano per cercare di tranquillizzarmi. Dopo avermi applicato tubi per ogni dove, arriva il turno dell’anestesista, che mi applica la mascherina sul viso. E buonanotte.

Riapro gli occhi dopo alcuni giorni. Distinguo i miei familiari vicino al letto, e mi accorgo che sono coperto di tubi: ma stavolta l’idraulico ha fatto un signor lavoro (e non devo fare un mutuo per pagarlo).

Ovviamente ancora non sono lucido e non riesco ad esprimermi. Farfuglio qualcosa (l’idraulico?).

Riprendo piena conoscenza non prima di alcuni altri giorni. Dopo appena un mese vengo dimesso, pur restando a soggiornare nelle vicinanze dell’ospedale per circa quaranta giorni, durante i quali effettuo una quantità di controlli ed esami.

Verso la metà di settembre sono a Velletri. Sì, a casa mia! E sano come un pesce!

Quasi vengo sopraffatto dal contrasto emotivo tra quando avevo lasciato quella casa, quelle stanze, e lo stato d’animo attuale. La differenza tra un moribondo e un resuscitato.

Perché come altro posso chiamarla se non una resurrezione?

Mentre scrivo sono al nono mese dal trapianto, e partorisco qui la mia più profonda gratitudine per tutte le persone che mi sono state vicine ben oltre i loro doveri di medici (c’è chi non fa neanche quelli). E allora grazie alla Dott.ssa Carrai, grazie al Dott. Catalano, grazie a tutta la straordinaria équipe di medici, grazie a tutto il personale infermieristico e grazie di cuore all’infermiera Francesca dell’ospedale Cisanello di Pisa . E grazie alla Regione Toscana, non solo per Dante e il Rinascimento, ma anche per l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. Grazie.

Luigi, Maggio  2014

2018-09-29T12:02:38+00:0029 settembre, 2018|